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La Stella del Carmelo - Rivista di Cultura Spirituale della Famiglia Tertesiana Toscana

L'Amore si è fatto carne...
 
 
 
 
Suor Gabriella, Carmelo di Nuoro  
 
Il fondamento dell'amore cristiano ha le sue radici non in una idea, ma nell'incontro con una Persona viva, Dio Amore!
 
"T i amo", dichiara lo sposo alla sposa; "ti amo", dice la madre al suo bambino; "tu sei degno di stima ed io ti amo" proclama Dio al suo popolo per bocca del profeta Isaia; "ti amo, Signore, mia forza", grida il salmista nella sua preghiera... Si potrebbe continuare a lungo, poiché nel linguaggio e nelle culture di tutti i tempi il termine amore ha permeato la vita dell'uomo in modo sempre incisivo e sostanziale nelle sue varie accezioni e tendenze.

Eros o Agape?
Ma, ci si chiede, l’amore che si scambiano gli sposi, è lo stesso che circola tra gli amici? L’amore che la madre nutre per il proprio figlio coincide con quello che si effonde nella preghiera a Dio?  L’amore procede per gradi o ha sempre la stessa intensità? È il “colpo di fulmine” o l’edificio costruito nel tempo con i mattoni del sacrificio e della condivisione quotidiana di gioie e dolori? L’amore che coinvolge la corporeità è lo stesso che si esprime ritirandosi dal mondo ed escludendo in un certo qual modo ogni contatto fisico con le persone? È opportuno fare delle distinzioni o piuttosto occorre considerare, nelle diverse circostanze, l’espressione di un’unica forza vitale che promana dalla medesima Sorgente?
Il Cristianesimo affonda le sue radici nella verità che “Dio è amore”. Che cosa s’intende con quest’affermazione all’apparenza così semplice, ma che provoca il cuore talvolta confuso dei credenti di tutti i tempi? Questo l’argomento trattato da Benedetto XVI nella sua prima enciclica, con la quale ha voluto non solo illuminare le menti, ma soprattutto formare le coscienze alla centralità che l’incontro con Dio Amore ha nella vita di ogni cristiano e di ogni uomo.
Egli ha fatto delle distinzioni in merito alla parola “amore”, termine usato ed abusato, e, allo stesso tempo, ha considerato come in ogni comunicazione dell’amore risieda il dono del “buono” del “bello” e del “vero” che viene da Dio stesso.
Incontrare Dio significa imbattersi nell’Eros o scoprire l’Agape? O piuttosto ci si trova a faccia a faccia con l’amore di amicizia? O, più precisamente, con la totalità delle diverse espressioni? Da parte nostra vogliamo fare solo alcune considerazioni sulla figura di Gesù in quanto rivelazione dell’amore trinitario.
Il Verbo di Dio, facendosi uomo, è entrato nella storia, ha indossato i panni dell’umanità, ha incarnato l’amore, lo ha vissuto nelle sue relazioni, mettendo in luce la bontà, la verità e la bellezza dell’eros, dell’agape e dell’amicizia. Noi, sull’esempio del Maestro e innestati in Lui come tralci alla vite, siamo chiamati, perciò abilitati, ad incarnare il modello umano per eccellenza, il prototipo della piena maturità dell’amore.

Dio desidera l’uomo
Nell’Antico Testamento siamo posti continuamente di fronte ad un Dio che è come divorato dal desiderio per il suo popolo, geloso come un innamorato nei confronti dell’amata, che freme di compassione e d’ira, che seduce i profeti, e rivolge, per bocca loro, audaci dichiarazioni d’amore ad Israele sua sposa.
Un Dio che, in seguito al peccato originale, è ferito d’amore e anela al ricongiungimento dell’umanità a sé. Questo desiderio, dai tratti così “umani”, ma che oltrepassa ogni umana ragione, trova poi la sua dimensione più passionale nel libro del Cantico dei cantici, dove si rimane quasi turbati nel vedere attribuito a Dio il ruolo del Diletto che, sedotto dall’amata, desidera attrarla a sé e farla interamente sua.
Si potrebbe affermare che “Dio molte volte e in diversi modi” ha espresso il suo desiderio nei tempi antichi… e, questo suo anelito, ha raggiunto il suo culmine in Gesù, Figlio di Dio entrato nella storia degli uomini e fattosi uno di loro. Egli è dunque il desiderio di Dio incarnato.  È questa sete di Dio che Gesù di Nazareth ha portato nella sua umanità, esprimendola agli uomini del suo tempo fino al dono supremo della vita.  Dal talamo nuziale della croce, Egli attira ogni essere a sé, fondendo in una sola cosa la sete di Dio per l’umanità e la sete dell’uomo per Dio.
Gesù non ha però esercitato l’eros nella sua valenza fisiologica, cioè come pulsione naturale posta da Dio in ciascun essere umano, ma ha scelto di vivere da “eunuco per il Regno” (Mt 19,12); non ha accantonato, disprezzandone il valore, il dono iscritto nella sua persona, ma ha preferito orientare e convogliare tale energia vitale positiva a vantaggio del Regno dei Cieli.
Ecco perché le persone consacrate nella vita religiosa non fanno voto di reprimere o costringere in esilio il dono dell’eros come istinto sessuale (sarebbe rifiutare il dono del Creatore in forza di una visione negativa del dono stesso), ma dilatano la capacità d’amare in una castità consacrata al “desiderio” di Dio di attrarre a sé ogni creatura.
L’eros è quindi un’energia, una forza vitale che, anche nella vocazione al matrimonio, esige una purificazione dall’egoismo, proprio per il fatto che i coniugi compartecipano, attraverso la missione loro affidata, al disegno di salvezza. La loro unione sponsale sarà tanto più dono per l’umanità quanto più libera da egocentrismi ed egoismi.
Sarà tanto più autentica quanto più i due lasceranno fluire reciprocamente l’eros e l’agape in un crescendo di movimento dell’unica relazione d’amore.

L’amore riversato nei nostri cuori
L’eros e l’agape in Dio non sono disgiunti e non possono esserlo nell’uomo fatto ad immagine e somiglianza del Creatore, poiché questo comporterebbe una disarmonia di tutto il suo essere.  Dio cerca l’uomo per donarsi gratuitamente a lui. La ricerca di Dio prescinde da ogni interesse umano. L’eros di Dio è motivato dall’agape. Il tendere dell’essere umano verso la pienezza e la felicità trova il suo appagamento nell’accogliere e nel ridonare a sua volta l’amore ricevuto in un perpetuo dinamismo che lo unifica e lo rende compiutamente uomo.
“Sono venuto a portare il fuoco sulla terra” (Lc 12,49). Si tratta di un fuoco che Gesù porta in sé e che, nell’obbedienza al Padre, ha accettato di riversare sulla terra mediante il suo sacrificio pasquale. Ci sono diverse interpretazioni al riguardo, ma, in ultima analisi, la maggior parte degli esegeti concorda con l’identificare il fuoco con il dono dello Spirito, l’agape di cui parla San Paolo nella sua lettera ai Romani: “ l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito che ci è stato dato” (Rm 5,5).
In quanto di natura totalmente divina l’agape non è vincolata dallo spazio né dal tempo, “soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene e dove va…”(Gv 3,8). È vero, ma possiamo dire che Gesù ne ha tracciato il percorso dalla Trinità all’uomo. Egli, infatti, ha portato sulla terra il fuoco di un amore tutto divino, capace di bruciare le sterpaglie dei limiti umani. In diverse circostanze, il Maestro ribadisce che “è impossibile all’uomo, ma è possibile a Dio”.
È questo fuoco capace di farsi strada nel cuore dell’uomo, d’indirizzarlo al Bene, di svegliarlo dal torpore delle sue paralisi inferte dall’egoismo e dalla paura, la paura di Adamo e di Eva che, avendo coscienza della loro nudità, si nascondono, dando per perduto il loro rapporto d’amicizia con il Creatore.
È impossibile all’uomo riallacciare il dialogo d’amore con Dio, quella confidenza e armonia turbata ed interrotta dal peccato; ma il vincolo della riconciliazione che Gesù ha acceso nel cuore dell’uomo con la sua incarnazione, passione e risurrezione è ben più forte rispetto a quello dell’Eden! Difatti, benché i nostri progenitori vivessero in vicinissima relazione con Dio, rimanevano non pienamente partecipi delle “faccende di famiglia”, cioè, della famiglia trinitaria.
In Cristo, invece, per mezzo dello Spirito, l’uomo è introdotto nell’intimità dei Tre, fatto partecipe dell’impossibile divino, reso uno di casa, titolare di una natura nuova, quella di figlio di Dio che lo fa rivolgere al Padre in Spirito e Verità chiamandolo “Abbà” ( termine aramaico estremamente familiare che richiama il nostro “papà”, “babbino”).
Lo Spirito effuso nei nostri cuori ci abilita ad un amore tutto oblativo, che crea la comunione con Dio e con i fratelli in un vicendevole scambio di Verità, Bontà e Bellezza che indirizza al bene e all’armonia individuale e comunitaria, rendendo presente nell’impossibile terreno, il possibile eterno.
L’agape, riversata nei cuori è il “la” che accorda tutto l’essere in un’unica sinfonia e tutti gli uomini nell’unico concerto della comunione con Dio e fra loro. Figli di Dio, fratelli tra noi, resi capaci di amarci come Gesù ci ha amato.

“Vi ho chiamati amici…”
Come ci ha amato Gesù? Senz’altro con amore divino, oblativo, “agapico”, ma per portare il fuoco sulla terra si è fatto vicinissimo all’uomo. Ha usato espressioni umane dell’amore per parlare un linguaggio comprensibile ed entrare, così, con discrezione divina, nel tessuto umano, evitando d’indossare paramenti troppo regali e celesti che lo avrebbero reso distante ed inaccessibile.
“Vi ho chiamati amici”(Gv 15,15). Queste parole hanno fatto risuonare, duemila anni fa nel cuore degli apostoli e oggi in quello di ogni credente, la gioia della vicinanza, della condivisione, della complicità, dello scambio reciproco dei segreti più intimi e delle verità più profonde.
“Vi ho chiamati amici” vuol dire: ho scelto di farmi prossimo, di rendermi presente con un amore umano che mi mette in rapporto con voi in modo diretto, semplice, comprensibile, che non vi metta in soggezione come servi davanti al padrone, ma aiuti anche voi ad aprire la porta dell’amicizia e della confidenza.
L’amico freme dal desiderio di donare quanto possiede ai propri amici. “Tutto quello che il Padre mio mi ha donato io l’ho condiviso”, “mi sono messo totalmente nelle vostre mani con il rischio di essere frainteso, non creduto, rinnegato, addirittura tradito come un malfattore”.
Gesù si dona come mistero spalancato che desidera svelarsi al cuore dei suoi amici, in modo totale ma anche graduale, non per reticenza o mancanza di fiducia, ma per rispetto della capacità di ascolto e di accoglienza degli amici stessi. “Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”(Mt 26,41).
I discepoli non potrebbero ricevere ciò che solo l’agape, effusa nei loro cuori, può rivelare: la Verità tutta intera, la verità del suo amore. “È bene che io me ne vada”(Gv 16,7), dirà Gesù ai suoi amici, “perché, se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore”.
Sorprende come la vicinanza fisica di Gesù sia minore rispetto alla sua presenza mediante il dono dello Spirito. Si direbbe che la prossimità fisica non voglia dire maggiore intimità. In certo qual modo è chiamata a farsi da parte, per lasciar emergere tutta la Verità del suo grande amore.
Infatti, malgrado quanto si possa pensare comunemente, nell’amicizia il frequente incontrarsi non è segno di più forte intimità né di più grande amore. L’amico, come una miniera tutta da scoprire, si apre e, al tempo stesso, si fa “minatore” dell’altro, per lasciar emergere dall’amico i giacimenti preziosi della sua persona forse a lui sconosciuti.
“Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”(Mt 16,16). Alla rivelazione che Pietro fa del Maestro, Gesù risponde scoprendo al suo amico pescatore una parte di sé di cui  egli non è consapevole, perché non accessibile alla ragione umana: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato…”.
L’amicizia però non sempre è indolore, dal momento che spesso tante pepite d’oro sono incastonate nella dura roccia e per estrarle bisogna sgretolare la pietra grezza che le tiene prigioniere. Pietro, sentendo Gesù preannunciare la sua passione, esclama: “Questo non ti accadrà mai”. Gesù da buon amico lo redarguisce con forza: “Rimettiti dietro di me”. Un rimprovero che, metaforicamente, potrebbe voler dire che Pietro sta stonando e deve riaccordarsi sul “la” dell’amore e della comunione con Dio e con i fratelli, invece di assumere, senza saperlo, le vesti di Satana.
L’amicizia è riportare l’amico sulla linea d’onda del vero bene ed è anche lasciarsi accordare dall’amico, per suonare nell’unica sinfonia della vita. La vera amicizia non è quella di chi si chiude in un rapporto a due, ma di chi ama l’altro nella consapevolezza che la coppia appartiene alla grande comunità umana e, prima ancora, alla divina Famiglia Trinitaria.
La philia, è dunque a servizio dell’agape. Il Figlio di Dio ha incarnato l’Amore nella sua totalità e nelle sue diverse espressioni in vista dell’unica cosa necessaria: attirare, incontrare e riconciliare l’uomo con Dio. Solo in Dio il desiderio dell’uomo d’amare e di essere amato è appagato; ecco perché il fondamento del Cristianesimo ha le sue radici non nella convinzione di  un’idea, ma nell’incontro con  una Persona viva, Dio Amore!

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