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La Stella del Carmelo - Rivista di Cultura Spirituale della Famiglia Tertesiana Toscana

La fede di Maria
 
 
 
 
Suor Chiara Teresa, Carmelo di S. Quirico  
 
Maria, vivendo soprattutto nella sua profondità interiore, ha imparato ad attendere e a sperare. Il cuore - infatti - non ha bisogno di sapere tutte le risposte, poiché sa attendere.
 
I l Concilio Vaticano II ha senz’altro il merito di aver ridonato alla Chiesa la sua vera immagine in Maria, nostra madre ma anche nostra sorella nella fede, prima discepola di Cristo suo Figlio, e per questo nostra maestra e guida nella vita nuova dello Spirito. Maria è la prima tra gli umili e i poveri del Signore, i quali con fiducia attendono e ricevono da lui la salvezza (Lumen Gentium 55): ella ci ha preceduto (LG 63) nel cammino di fede incontro a Cristo, autore e perfezionatore della fede (Eb 12,2).
Non ci si stanca mai di rileggere le limpide pagine del Concilio riguardo a Maria: “Così Maria, Figlia di Adamo, acconsentendo alla parola divina, diventò madre di Gesù, e abbracciando, con tutta l’anima e senza peso alcuno di peccato, la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa come ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente” (LG 56).
E dopo le parole dell’elezione troviamo con stupore quelle della quotidianità della fede di Maria: Anche la Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla croce (LG 58). Ora ella non cammina più nella fede, della quale è arrivata alla perfezione, essendo glorificata accanto al Figlio, ma resta comunque per ogni credente sicuro sostegno e punto di riferimento (cf. Redemptoris Mater 5).

La fede risponde alla grazia
Alla scuola del Concilio si avverte, dinanzi alla figura di Maria, un’esigenza anzitutto di verità, che induce a guardare attraverso il vangelo alla sua vita reale considerando direttamente le sue parole così essenziali. La lettura delle pagine evangeliche che narrano di Maria rivela innanzitutto la scelta dello “stile” di Dio. In Maria la magnificenza dell’opera della grazia e della sua vocazione convive con la più assoluta semplicità e concretezza.
La buona novella che reca Maria è proprio il suo umile camminare nella fede, come ciascuno è chiamato a fare nella sua vita. Maria è colei che è beata perché ha creduto (Lc 1,45): così la chiama Elisabetta, con un nome che è “complementare” a quello che le diede l’angelo: piena di grazia (Lc 1,28).
Un nome richiama l’altro, perché la risposta di chi si sente inondato di grazia e di amore non può essere che la fede. Maria dice il suo Amen incondizionato, si dona come una pagina bianca sulla quale il Dio Trinità potrà ancora raccontare attraverso la storia umana la sua azione creatrice e redentrice. La Trinità agisce nella storia per mezzo di noi, di ogni uomo; l’azione creatrice deve diventare scelta, pensiero e desiderio nell’uomo, altrimenti è come se non esistesse, e questo è il mistero della “impotenza” di Dio Trinità, che sceglie di essere onnipotente soltanto nell’amore.
Questa “impotenza” di Dio ci chiama in causa, come ha chiamato in causa Maria: Dio Padre ha voluto aver bisogno di una donna per l’incarnazione di suo Figlio. L’assenso libero della fede di Maria, ma anche della nostra fede, è l’azione che Dio ha voluto complementare alla sua, il nostro sì all’alleanza nuziale tra lui e l’umanità. La risposta di fede si compie in un grande processo storico e dinamico, nel cammino interiore di ogni anima (cf. Redemptoris Mater 5).
La fede nel suo crescere è un continuo “di più” che fiorisce dal di dentro, e non un qualcosa di acquisito esteriormente. Il sì di Maria a divenire la madre del Messia è il frutto dell’opera della grazia, che in lei agiva senza ostacoli fin dal concepimento e di cui in quel momento ella ha preso pienamente consapevolezza  accogliendola in un atto libero e responsabile. Divenuta consapevole di essere piena di grazia, totalmente amata dal suo Creatore, ella accoglie senza ostacoli questo amore e dà al Figlio di Dio la possibilità di divenire Figlio dell’uomo: l’eternamente Amato si fa storia e carne, secondo l’illogica logica della gratuità.
Nella fede la creatura, sapendo di ricevere la vita da un Altro, diventa strumento per mezzo del quale Dio opera nella storia; attraverso di lei Dio può ancora donarsi agli uomini. Maria è questo docile strumento nelle mani del Padre, perché egli ci doni il Figlio e lo Spirito. La disponibilità di Maria è libera e consapevole, e per questo è stata una scelta di fede matura. Matura perché autonoma: si è infatti trovata immediatamente sola di fronte alle conseguenze del suo sì (le ragazze come lei “dovevano” essere lapidate); consapevole perché la vera fede implica sempre un morire nel momento in cui si accoglie la vita che viene da un Altro. Dio non strappa mai consensi alle sue creature con l’inganno, non nasconde le possibili conseguenze, anche se nella logica del divenire, della crescita umana, se ne prende piena consapevolezza soltanto progressivamente.

Maria cresce vivendo in relazione
Crescere nella fede è imparare ad interiorizzare e a fare propri i doni degli altri e dell’Altro per eccellenza, perché siano capaci di suscitare scelte libere e responsabili. Questo cammino progredisce vivendo in profondità le relazioni, perché questo corrisponde alla nostra identità di figli, ad immagine del Figlio nella Trinità. Il modo di essere figli, che tutto ricevono dal Padre, viene svelato dalle relazioni fraterne, che sono incessanti “offerte di vita” da accogliere e fare proprie, ma che necessitano di ampi spazi interiori di confronto e di libertà. In Maria, che la Chiesa orientale canta come “colei che è più ampia dei cieli” perché si è lasciata attraversare nella sua interiorità da tutto il mistero del Figlio di Dio fatto uomo, Dio ha trovato questo spazio vitale che lo Spirito gemendo cerca di generare in ciascuno di noi (cf. Rm 8,26).
Maria quindi cresce nella fede a confronto con Giuseppe, che le offre la possibilità di inserire la sua storia e quella del figlio nella vicenda di una famiglia umana con tutte le gioie e le sofferenze che questo comporta. Sempre con Giuseppe la sua fede si apre al vaglio della persecuzione, della fuga, dell’esilio, dello smarrimento interiore.
Da Elisabetta ella riceve la conferma del segno datole dall’angelo, non tanto nel vedere concretamente la gravidanza della cugina, ma nell’essere chiamata la Madre del Signore, la benedetta perché ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore. Elisabetta le conferma e le indica la fiducia filiale come il cammino di vita per eccellenza, e per questo abbandono fiducioso in lei si compiono le promesse fatte ad Abramo, il padre nella fede ( cf. Lc 1,39-55).
Dai pastori ella impara che il suo bambino, il Figlio dell’Altissimo, che a lei doveva apparire così normale, è un re riconosciuto soltanto dagli umili e dai “disgraziati”, e che lei è la prima di questo popolo che attende la salvezza per pura grazia. Maria si sente richiamata a camminare per questa via e ad educare così suo figlio. Dai Magi che si prostrano davanti a Gesù ella intuisce che questi è chiamato alla gloria attraverso presagi di morte. E ancora Simeone le indicherà, in modo chiaro e velato allo stesso tempo, un destino di sofferenza, in piena comunione col figlio suo. Tutte le relazioni e gli incontri sono stati per Maria “offerte di vita” per crescere nella fiducia, nella consapevolezza, nell’accoglienza.

La fatica e il discernimento
Dopo l’infanzia di Gesù ella sarà a confronto con la sua vocazione di maestro itinerante, cercando, nel rapporto con la sua parentela, il modo di essere anch’ella madre e discepola nello stesso tempo. A poco a poco ella comprenderà il modo di essere madre di Gesù secondo lo Spirito. Il crescere di Maria nella fede è una lunga e ordinaria litania di Amen: “Così è e così sia”.
Ella rimane aperta alle relazioni e questo è l’unico modo per poter restare nell’amore. Rimanere nell’amore significa permanere in una dimensione di ascolto e accoglienza, per cui tutti gli stimoli che ci vengono dagli altri li possiamo leggere come segnali da decifrare, come simboli in cui è racchiusa l’offerta vitale di Dio, il suo stesso amore. Maria, come Gesù, è cresciuta in età, sapienza e grazia (Lc 2,40), per arrivare a possedere quell’identità di figlia, partecipatale dal Figlio obbediente: tale identità ci è sempre donata. Come Gesù nella sua Pasqua, ella ha raggiunto la pienezza della fede attraverso quel lungo “passaggio” che fu la sua vita.
L’elezione di Maria non l’ha preservata dalla fatica, anzi, forse la chiara consapevolezza della sua identità di madre e di figlia di Dio, è stata messa alla prova. Se Gesù è stato tentato, sarebbe veramente strano che Maria, a Lui così vicina in tutto, non lo fosse stata. Gesù infatti è stato provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato (Eb 4,15). Maria ha camminato come noi, non vedendo subito la meta, ma facendo un passo per volta e spesso con grande disorientamento.
Questa è una consolazione per noi credenti (o increduli?) di oggi. L’evangelista Luca però ci ha rivelato la fonte e il metodo del discernimento di Maria: nella sua profonda inclinazione all’ascolto, ella cerca con l’intuito di uno sguardo il legame e il senso che unisce gli eventi di cui è resa partecipe: Serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore (Lc  2, 19.51). Maria non chiede di capire tutto ed in realtà non capisce molto di ciò che accade alla sua piccola famiglia (cf. Lc 2,50), ma custodisce nella memoria i gesti di salvezza di cui è testimone, povera tra i poveri, come canta nel suo Magnificat (Lc 1,46-55).

Il confronto con la morte
C’è infine un’ultima tappa nel cammino di fede di Maria: in una concezione dinamica della vita la perfezione sta alla conclusione di questa. Ciò significa che anche la maturità della fede ha come criterio supremo l’accettazione e il confronto con la morte e con il distacco che ne deriva. La morte è senz’altro necessaria per aprirci a una forma più perfetta di vita.
Maria si è spesso confrontata con la morte nel suo cammino: ha rischiato di essere lapidata, Erode ha cercato di uccidere il suo bambino appena nato, ha sentito le voci del rifiuto dei capi del suo popolo nei confronti di Gesù e il loro desiderio di ucciderlo al più presto. La morte, come per tutti noi, avrà messo al vaglio gli ideali abbracciati e i valori da lei perseguiti. Un evento di morte si può anche intendere la perdita di Gesù a dodici anni (Lc 2, 41-50): Maria sperimenta l’angoscia nell’assenza del Figlio e nell’incomprensione delle sue scelte.
Questo dolore riporta al momento di morte supremo nella vita di Maria, più decisivo della sua stessa morte fisica, che è la morte in croce di Gesù. Ella rimane sotto la croce, non fugge, non fa domande (Gv 19, 25). La prova suprema della sua fede, come di ogni fede, è di dare un senso alle cose assurde ed insensate della vita: non è vero che in un modo o in un altro tutto corrisponde al volere divino. Molti accadimenti storici, tra cui la croce di Cristo, sono contrari alla volontà di Dio perché determinati e segnati dal peccato. La volontà di Dio non si realizza negli eventi in quanto tali, ma nel modo in cui li si affronta. Così per Gesù, quando comprese che la volontà del Padre era continuare ad amare i suoi sino alla fine “nonostante e attraverso la croce”. E così fu per Maria, che obbedì all’amore come tale, con Cristo.
Discernere nella fede è discernere con quale atteggiamento desideriamo vivere le situazioni senza senso. All’apice del suo cammino di consapevolezza e di accoglienza con il suo sì, la Madre di Dio è ancora pronta a dare spazio nella sua vita all’impotenza di un amore che si lascia crocifiggere. Nuovamente, come già al momento dell’incarnazione, ella è disponibile a generare vita e amore: sotto la croce ella è anche e per sempre nostra madre nella fede.

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