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La Stella del Carmelo - Rivista di Cultura Spirituale della Famiglia Tertesiana Toscana

Giovani nella speranza
 
 
 
 
Maria Benedetta Curi, Pisa  
 
È ancora oggi possibile scoprire, conoscere, curare, alimentare e rispettare quella speranza che ogni uomo ha innata nel proprio cuore?
 
L a definizione di uomo come “animale metafisico”, tratta dagli appunti giovanili del filosofo e psicologo americano William James, attivo nella seconda metà dell’Ottocento e nei primi del Novecento, ci prospetta l’uomo come un ente, più precisamente un animale, complesso e pluristratificato, che per costituzione naturale è portato ad identificarsi non solo con la dimensione più superficiale dell’essere, quella pratica, attuale, tangibile e verificabile, ma a ricercare, anche inconsapevolmente, quelle dimensioni più profonde, non materiali, più ideali e potenziali, ma non per questo meno reali, che gli appartengono più propriamente e che danno ragione della sua bellezza e del suo mistero.

L’orientamento
Il termine greco tà fusikà (“le cose fisiche”), raccoglie in senso lato tutto quel mondo a noi intorno costituito dalle cose presenti, accadute e accadenti, note alla nostra coscienza, tra le quali si svolge la maggior parte della nostra vita, o almeno così potrebbe sembrare. L’espressione qualificante “metafisico” invece (letteralmente, “dopo le cose fisiche”), riferita all’uomo in contrapposizione complementare rispetto alla prima, ci indica la sua naturale tendenza ad andare oltre ciò che è materiale, oltre il presente momentaneo, cercando di non ridursi al dato, all’immediato, al qui ed ora noto alla coscienza, ma ad andare oltre e a guardare lontano, verso le profondità del cielo, all’esterno di sé e nelle profondità del proprio essere, all’interno di sé, come ben ci ricorda il celebre e sapienziale epitaffio kantiano: “Il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me”.
L’uomo cerca, spinto come da una forza interiore, di innalzarsi, di volare, di guardare e guardarsi dall’alto, ma per fare ciò ha bisogno di un orientamento, di trovare punti di riferimento cui appigliarsi, per dare una rotta al cammino della propria vita, per andare sempre avanti, superando le oscurità e le notti più buie, gli ostacoli più impervi, i grandi non sensi e vuoti che nel presente sembrano interrompere definitivamente il proprio peregrinare.
Questa inclinazione interiore che orienta l’uomo nel proprio percorso verso un punto fisso, elevato, come un timoniere con la stella polare, che spinge l’uomo a non abbattersi, a ricominciare quando si sbaglia percorso e a rialzare lo sguardo quando ci si sente dispersi, corrisponde al nome di speranza. La speranza, termine questo che racchiude un atteggiamento esistenziale fondamentale, compagno di viaggio dell’uomo nel suo vivere, e che gli permette di scoprire e mantenere lo spessore e la profondità della propria esistenza, di sentirla come un continuum, come qualcosa di durevole se non di eterno e come qualcosa di non esauribile o riducibile, orientata e attirata verso uno scopo, un fine, meta e senso della  vita.

Speranze giovani
La speranza come dimensione esistenziale è innata nell’uomo, nasce e cresce con lui ma ha bisogno di essere scoperta, di essere conosciuta nella sua purezza ed autenticità, di essere curata, alimentata e radicata e al contempo rispettata. Ma è possibile riuscire a fare ciò oggi?
Spesso si rischia che la speranza, appena germogliata e per questo ancora fresca, verdeggiante, giovane, pur nella sua freschezza e forza, rimanga troppo a livello superficiale, esile ed inesperta, senza riuscire a mettere radici profonde, una speranza che rischia di disperdersi e di affievolirsi, di orientare poco e male, causando problemi e disagi purtroppo sempre più “normali” e “trascurabili” nella vita di un giovane d’oggi alla ricerca di se stesso.
La speranza è una delle forze maggiori che muovono i giovani, essi hanno in genere grandi speranze, vivono per i propri desideri e per i propri ideali, e in particolare è questa dimensione, quella dell’ideale a dare fondamento e a condizionare, (orientare), quella reale. Ma la speranza, quella profonda ed autentica, sempre più spesso viene confusa e snaturata, sostituita con la dimensione onirica e consolatoria del sogno e dell’illusione.
Quando la realtà non corrisponde alle nostre aspettative e alle nostre esigenze, quando è sentita come un peso e un ostacolo all’autorealizzazione, insapore e vuota, sperare può diventare un evadere dal quotidiano e dal momento presente che ci assorbe faticosamente e dolorosamente.
Si opera così una sorta di proiezione dell’esistenza attuale in una dimensione consolatoria futura in cui rinchiudersi, lontano dalle ansie e dai dissapori, ma artificiale e arida quanto sradicata dal reale, prodotto di una immaginazione egocentrica, specchio non veritiero di se stessi e del mondo.
La dimensione ideale e del potenziale offusca così quella del reale e dell’attuale, come un velo davanti agli occhi che oscura e rende meno visibile ciò che si trova al di là di esso, che imprigiona e illude quanti confidano in lei. E per molti giovani d’oggi è sempre più facile cadere in tale situazione perdendo l’equilibrio tra questi due mondi, ideale e reale. Per cui, quando il senso dell’esistenza sembra difficile da ritrovare, quando la realtà sembra aver esaurito tutte le sue potenzialità, la via risolutiva più semplice e naturale è quella dell’evasione, della creazione di un mondo altro in cui rifugiarsi per colmare i vuoti e dimenticare l’insoddisfazione, almeno apparentemente. Utilizzando talvolta, per raggiungere tale mondo, sentito normalmente lontano e inarrivabile, le più estreme mediazioni che la società offre (alcool, droghe, miti e leggende metropolitane...).
In una società consumistica come la nostra in cui è il mercato ad imporsi e a condizionare le inclinazioni e i desideri dell’uomo, anche la speranza si fa merce, anche la speranza diventa qualcosa di esterno che può essere comprata e facilmente cambiata come un qualsiasi abito da indossare. Come le altre merci, per reggere la concorrenza di mercato, anch’essa deve attrarre ed essere abbagliante, rispettando così lo statuto di ciò che oggi si definisce immagine, superficiale e generalizzata, costruita a tavolino su modelli culturali e sociali imposti dalla società.
La speranza allora si frantuma in tante piccole speranze da collezionare, che invece di condurre e orientare il percorso dell’uomo verso la maggiore conoscenza di sé e verso la realizzazione del suo essere autentico, in un dialogo continuo con i desideri e le aspirazioni più profonde, disorientano e distraggono da se stessi, riempimento e soddisfazioni momentanee di vuoti che rimangono sempre più vuoti e di non sensi sempre più critici.
In questo contesto rumoroso e dispersivo diventa sempre più semplice e naturale per un giovane rinunciare alla propria e personale speranza, unico e prezioso spiraglio di libertà ed autenticità, in favore di modelli astratti e imprigionanti, che invece di rispettare l’unicità e l’irripetibilità della persona, spersonalizzano e confondono i giovani viaggiatori in cammino, ovvero quell’ unica e vera Speranza che da sempre e per sempre accompagna e guida l’uomo, non solo come faro e meta del suo cammino ma essa stessa Via, Verità e Vita (Gv 14,6 ).

Giovani Speranze
Giovani che diventano Speranze. Ma quando accade ciò? Quando la speranza da astratta e impersonale, modello imposto dal mondo esterno o cieco prodotto egocentrico del proprio mondo interno, prende vita nella persona, diventando quella medesima, unica e irripetibile persona, facendosi concreta e attuale, vicina e personale?
Durante il cammino della vita, nei momenti o periodi più o meno lunghi di insoddisfazione e di dispersione, può accadere che, nonostante le delusioni e le sofferenze, un piccolo spiraglio di apertura verso la vita piena, verso il dialogo con l’altro che non sia il mio Io o il mondo in cui esso si riflette e trova conferma, rimanga impercettibilmente socchiuso, condizione questa che nei giovani, in cui lo spirito bambino non è già un ricordo ma ancora una realtà viva e condizionante, anche se a volte celata, rimane più naturale e spontanea.
Con questo atteggiamento di apertura dialogante, i momenti di crisi e di oscurità, di pesantezza e di solitudine, quando anche le proprie forze e le proprie speranze sembrano affievolirsi, possono portare all’incontro con la vera e autentica Speranza, con la S maiuscola, che vive e porta vita, e che paradossalmente è Lei per prima a sperare in noi e a desiderare di incontrarci e prendere dimora dentro noi stessi.
Un incontro che gradualmente diventa conoscenza e intimità con questa inaspettata Speranza, che accoglie e tocca la nostra storia e la nostra vita, tanto da entrarvi e da diventare il senso suo più profondo. È questa una Speranza che è vicina ed amica, e che, nonostante esista da sempre prima di noi, non rimane distante e lontana, astratta e spersonalizzata, ma accetta, anzi vuole abbassarsi al nostro livello, assumendo persino la nostra stessa forma (Fil 2,6-11).
È questa la Speranza vera, la Speranza viva, che si fa carne, personale e personalizzante, che non si impone e non ci fa violenza, rispettando invece le bassezze e i limiti che ognuno con sé trascina, che trasforma e rende amabili le nostre debolezze e le nostre ferite, nutrimento e linfa per i nostri desideri e aspirazioni più autentiche, riuscendo a scoprirle e a soddisfarle, portandole a coscienza con la sua luce e trasparenza, ogni giorno sempre di più.

Giovani nella Speranza
Si impara così, anche se dolorosamente, a fidarsi sempre meno di quelle speranze non autentiche, quelle cieche ed egoistiche, del nostro Io ripiegato su se stesso, in favore della Speranza che innalza e rende leggeri. Che permette di riconsiderare il proprio cammino, da un’ottica più elevata, ampia e realistica, di conoscere e realizzare se stessi, seguendo il disegno d’amore che Dio ha pensato per ciascuno di noi e che nessun ostacolo contingente, o morte apparente, potrà mai scalfire e cancellare (Ef 4,4).
E di contro alla sempre più forte tendenza a ricercarla all’esterno, a riporla e proiettarla in molteplici cose fuori di noi, che rischiano di appesantire l’anima e frantumare la propria identità, si scopre che la Speranza non è fuori, all’esterno, ma da sempre in e con noi, e noi in Lei. Essa è semplice, essenziale, povera, nel senso che non ha bisogno del superfluo, ma soltanto di noi stessi e di quel piccolo «Sì», che significa fiducia e affidamento, perché solamente attraverso di Essa riusciremo a nostra volta a farci semplici ed essenziali, poveri ma veri, con lo sguardo rivolto verso il cielo, il cuore aperto e in ascolto.
Tali sono i giovani che si scoprono nella Speranza e che cercano di seguirla e di amarla, lasciando orientare ed indicare la via più propria per la realizzazione, ora non più fine a se stessa, ma sensata in quanto sentita come tappa di un vasto percorso, i cui confini si perdono nello spazio e nel tempo, di cui noi possiamo, se vogliamo, occupare il posto che da sempre ci è stato preparato.
Questi sono i giovani che hanno incontrato e che conoscono veramente la Speranza e che a loro volta possono essere giovani Speranze per sé e per gli altri. Tali da riconoscersi, riprendendo l’espressione iniziale, non solo “animali metafisici” bisognosi di sperare, ma soprattutto“creature metafisiche” bisognose di incontrare l’unica e autentica Speranza, l’unica Speranza che è viva e che porta vita, l’unica Speranza che ha un volto, quello di Gesù Cristo.

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