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"A te levo i miei occhi"
Commento di Bruno Moriconi, ocd
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Salmo 123
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L
e parole del pellegrino alle porte di Gerusalemme interpretano la consapevolezza di tutta l’umanità in cammino verso la patria definitiva. Di quella Sion si dirà, infatti, un giorno che “l’uno e l’altra sono nati in essa” (Salmo 87). Dinanzi a questa città santa, il Salmo 123 esprime come un rinnovamento della fede del pellegrino che, stanco di tante cose della vita, alza gli occhi al suo Dio e rinnova la sua speranza.
Ormai in prossimità del tempio, apre il suo cuore al Signore e sfoga la propria pena e il gran desiderio che ha di trovare pace insieme ai suoi fratelli di fede e di sofferenza. “Pietà di noi, Signore, già troppo ci hanno colmato di scherni” (v. 3). La stanchezza si fa richiesta di pietà per tutto il popolo d’Israele, stanco del dileggio dei “gaudenti” e degli “arroganti” (v. 4), sprezzanti della sua fiducia nel Signore.
Storicamente, questa espressione potrebbe rimandare al lamento del popolo d’Israele, al momento della caduta di Gerusalemme nel 586 A. C., o durante il faticoso periodo della ricostruzione seguito al ritorno dall’esilio. A quel tempo, infatti, gli israeliti, come scrive Ezechiele con parole simili, “furono preda e scherno dei popoli vicini” (Ez 36,4).
Gli occhi al Signore
Nonostante quest’amarezza di fondo riferita ad un triste passato, il salmista supera il lamento per manifestare tutta la propria fiducia nei confronti del suo Dio. La esprime con le immagini di una scena familiare: “Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (v. 2). Giunto ormai al tempio, il salmista non si chiede più verso quale dei monti alzerà i suoi occhi, come quand’era in cammino (Salmo 121,1-2). L’immagine chiave è, tuttavia, ancora quella degli “occhi”, di cui una volta nel v. 1 e tre volte nel v. 2. Come gli occhi dei servi stanno attenti ad ogni cenno della mano dei loro padroni, così gli occhi dell’orante sono rivolti al Signore. Mentre i servi attendono ordini e cibo, il suo popolo attende “pietà”.
La “sazietà” degli insulti pesa ancora sul cuore del pellegrino che, come abbiamo osservato, nei vv. 3-4, supplica così: “Pietà di noi, Signore, pietà di noi, già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi”.
Occhi che sperano
La risposta di Dio non si sente e tutto sembra restare sospeso al “finché [Egli] abbia pietà di noi” del v. 2. In questo salmo, che potremmo definire “degli occhi che sperano”, la preghiera coincide, infatti, con l’attesa paziente e fiduciosa, non di una pietà qualsiasi, ma di quella del Signore. Quella che Dio, nella pienezza della rivelazione, ha manifestato pienamente in Gesù, che – a sua volta - chiama suoi, non più servi, ma amici (Gv 15,15). Lui che, come il pellegrino, “nei giorni della sua vita terrena, elevò preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per la sua pietà” (Eb 5,7), ossia, per la sua fiducia nel Padre.
Gli “schernitori” del v. 3 e i “superbi gaudenti” del v. 4, potrebbero essere i “barbari” della terra di Mosoch e di Quedar, di cui nel Salmo 120, o i vari dominatori (Satrapi e Seleucidi) del periodo post esilico che vorrebbero far sentire Israele straniero perfino nella propria terra, nonostante il ritorno, decretato da Ciro nel 538. Nelle parole del salmista, divenute patrimonio di Giudei e Cristiani di ogni epoca, tuttavia, si tratta della costante opposizione del mondo incredulo o delle tenebre. Sebbene vinto da Cristo, questo mondo è ancora un luogo di combattimento per i suoi, chiamati a lavare le proprie vesti e a renderle candide nello stesso sangue dell’Agnello (Ap 7,14).
Di fatto, dopo aver espresso tutta la sua fiducia (vv. 1-2), il salmista si sfoga (vv.3-4), ma lascia a Dio il da farsi. La sua preghiera termina senza che ci sia una risposta, ma è già completa anche solo come sfogo. Si tratta, infatti, di uno sfogo davanti a Dio e sorretto dalla fiducia di chi sa di poter pretendere ascolto.
Occhi che pregano
Per la preghiera, sono particolarmente importanti le immagini degli occhi e dei cieli. “A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli” (v. 1), dice il salmista. L’orante sa che non si tratta di alzare materialmente gli occhi alla volta del cielo, anche se l’azzurro e l’altezza del cielo sono simboli importanti per cercare Dio nella sua dimensione trascendente. Elevare gli occhi o abbassarli è, di fatto, la stessa cosa, quando questo gesto indica la ricerca di contatto con il Signore che abita la nostra intimità ma deve esservi cercato per poter godere della sua vicinanza amichevole.
Anche le immagini del servo e della serva sono preziose. Non perché Dio ci consideri tali, ma perché è importante prendere coscienza del bisogno vitale che abbiamo del Signore. “Ecco [dunque], come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi” (v. 2). È con questo bisogno e con questa fiducia, che si può pregare e chiedere: “Pietà di noi, Signore, pietà di noi” (v. 3°). Non solamente perché siamo peccatori, ma anche perché siamo stanchi e non ce la facciamo più: “già troppo ci hanno colmato di scherni, noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi” (vv. 3b-4). Perché siamo stanchi e, magari, facciamo fatica anche a mantenerci nella speranza. Nonostante tutto, però, continuiamo a cercare il Signore e a dirGli, con il salmista: “A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli”.
Salmo 123 (122)
1 Canto delle ascensioni.
A te levo i miei occhi,
a te che abiti nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi
alla mano dei loro padroni;
come gli occhi della schiava
alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi sono rivolti
al Signore nostro Dio,
finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi,
già troppo ci hanno colmato di scherni
4 noi siamo troppo sazi
degli scherni dei gaudenti,
del disprezzo dei superbi.
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